Tra sventure e speranze

La peste          “Quando le acque della Mella si levarono”               I Bailo

Alessandro Manzoni, prima di descrivere lo scenario desolato della pestilenza che nell’anno 1630 infierì in terra lombarda, traccia un quadro agreste tutt’altro che idilliaco dove la nota dominante è la tristezza.

Era autunno inoltrato e la scena avrebbe potuto essere lieta, ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo ed il pensiero. – S’incontravano mendichi laceri e macilenti. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere.

È lo stesso scenario della terra bresciana funestata dalla carestia.

“Li anni 1627-1628-1629 furono di estati piovose e fredde, di pochissimo raccolto di biade e di cattiva qualità, per cui furono a carissimo prezzo e senza frutti e castagne, onde le famiglie intere abbandonarono li propri paesi delle valli, ed andarono a cercare la carità a Bergamo e nei paesi più popolati e facoltosi”. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo