Una memorabile alluvione

 

Povertà, fatica, sofferenze erano compagne inseparabili della vita dei nostri antenati.
Ma oltre a questo quotidiano vissuto, ogni generazione ebbe a che fare con uno o più eventi straordinari – pestilenza, guerra o alluvione – da raccontare alle generazioni successive. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo

I nubifragi di maggio e giugno 1850

Il 27 maggio prima e il 18 giugno poi furono giornate di piogge torrenziali e insistenti.

Tutti i torrenti uscirono dall’alveo, invasero campi e strade, rovinarono case e stalle.

La strada della Valle di Gombio venne completamente sconvolta e “fu del tutto impedito il passaggio ai terrieri di Polavine”.

L’acqua del Mella superò gli argini e dilagò nei campi distruggendo i seminati.

Crollò completamente l’arcata sinistra del ponte romano di Noboli e il paese rimase isolato perché era stata travolta anche la strada del Gelè.

Nella piazza di Sarezzo il Redocla abbatté i parapetti di uno dei due ponti, quello più a ovest, detto ponte della Formica, e alcuni muri della Fabbriceria per una lunghezza di quasi duecento metri.

Fu del tutto distrutto il muro di cinta del cimitero. Risultarono seriamente danneggiate le fucine e la strada di Valgobbia.

Il comune e la popolazione iniziarono immediatamente l’opera di ricostruzione.

Venne ripristinato il collegamento con Noboli mediante la costruzione di una ponticella in legno al posto dell’arcata distrutta.

In quest’opera furono impiegati quattro falegnami, cinque manovali e un carrettiere.

Il comune incaricò l’Ing. Milani di predisporre il progetto di ricostruzione che prevedesse “lo sgombero e ripristino di strade e piazze e delle opere più urgenti”.

Il preventivo di spesa ammontò a lire 1.552,87 più le spese del tecnico per lire 84,60.

Per ripristinare le strade furono costituite alcune squadre di uomini che lavorarono per una decina di giorni e ciascuno percepì lire due dal comune per ogni giornata di lavoro. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo

L‘inondazione del 14 agosto 1850

All’inizio della valletta del Redocla una data sta a ricordare la sventura rimasta più a lungo presente nelle strade sconvolte di Sarezzo e nella memoria dei suoi abitanti. Via 1850 appunto. Scrive Angelo Mazzoldi:
“Era la sera del giorno 14 agosto di quest’anno 1850, vigilia della festa dell’Assunzione di M. V: nella quale è prossima al termine la fiera di Brescia a cui si smerciano per la maggior parte gli oggetti di ferramenta che sono fabbricati nella valle.
Il cielo nubiloso e minaccioso; la terra già pregna e sazia delle piogge dei dì precedenti. In sull’imbrunire alcuni foschi e tetri nuvoloni apparivano di verso occidente, che movendo verso tramontana e levante e spandendosi sulla valle, tuonando e lampeggiando scoppiavano in una dirotta e sempre crescente pioggia; la quale gradatamente tale divenne che il Mella in men di mezz’ ora rigonfiò portandone la corrente fin presso le case di Gardone. Dopo questo picciol tempo la pioggia raddoppiò rovesciandosi e piombando non a gocce od a fili ma a colonne serrate; gl’interrotti tuoni in un continuato e spaventoso mugolio si tramutarono, e i lampi in una terribile luce che parea incendiasse tutta la valle. Un fragoroso rumore si spandea per l’aere come di montagne che si muovessero, cozzassero insieme e l’una sull’altra ruinassero.
Durava l’imperversare del turbine circa due ore; poi gradatamente ristava; e l’acque però con minor prestezza di quella con cui gonfiarono, incominciarono ad abbassarsi avvicinandosi il giorno. Sorta la luce, apparivano nella loro ampiezza le sciagure che avevano percosso il loro paese e minacciate le loro vite.
A Bovegno, a Castello, e a Graticelle quella smisurata pioggia e furia di fiume ben tre mulini conquassò rendendoli inoperosi col distruggere le travate e i canali che vi recavano le acque; egualmente del forno fusorio di Brolo e di tutti gli edifici rovesciò travate e canali; strade, campi, prati, boschi orribilmente devastando. A Pezzoro il caseggiato campestre denominato Alzanola una gran valanga piombata da’ luoghi superiori coperse di ruine e distrusse.
A Lavone nella contrada di Aiale il mulino con la fucina annessa e co’ canali che l’acqua vi recavano rovinò e travolse anche la travata che l’innalzava.
A Tavernole della fucina Carla non rimasero che le muraglie conquassate e smosse, travolto il canale e distrutta la briglia. Il forno fusorio, lo stabilimento massimo di Valtrompia che dà il vitto a un trecento famiglie, ebbe la travata travolta, il canale qua e là distrutto quasi per intero, invasi i carbonili, e alcuni sovversi, la bottega de’ falegnami rovinata.
La strada nazionale che tutta la Valle Trompia, costeggiando il Mella percorre, venne fin qui in vari luoghi tagliata e travolta e presso la chiesa di S. Filastrio di Tavernole per la rovina di una tomba sottostante e cosi pure tra Tavernole e Lavone al luogo delle Macere.
Da Brozzo a Marcheno il fiume rivolse la sua rabbia contro se stesso e le proprie sponde da un lato e dall’altro corrose e travolse la briglia che deviava l’acqua al mulino e il ponte di pietra che lo accavallava adeguò al suolo.
Il torrente Re che scende dal Vandeno, menando ruina e forse impedito dalle piante e dai massi schiantati, si gonfiò, s’inalzò; e una stalla posta poco discosta dalla riva investì.
Una montagna di sassi e di ghiaie portò al Mella questo torrente che quasi allo sbocco distrusse la casa della doviziosa famiglia Gitti. Sulla sponda sinistra il Re, denominato Calchera, divenuto esso pure torrente, menò un gran guasto nella contrada di Marcheno denominata la Parte, e rimpetto ad esso un altro filo di acqua che scende da Magno d’Inzino, fattosi fiume, eguali traccie delle sue furie lasciò sul suolo. Scendendo d’Inzino da sinistra e da destra, strada, sponde, ponte, orti, prati, tutto il Mella corrose o guastò o ingombrò o travolse nei fiotti.
Questi guasti, queste rovine già grandi, addoppiavano scendendo a Gardone ove la valle si allarga.
Il fucinetto Beretta venne travolto che non ne rimase traccia; egualmente dell’annesso fucinetto Franzini non restò che un carbonile in parte anche crollato; al Grameneto invasa la fucina, asportato un prato, travolto un gran tratto di canale che recava l’acqua al mulino Salvi di cinque ruote. Scalzata e riempita di materiali la fucina prossima di proprietà Paris, si gettò il rabbioso fiume addosso al mulino. Vi erano per entro il mugnaio Agostino Salvi con la moglie e due figlioli, l’uno bambino in fasce, l’altro di due anni. In quell’orrenda oscurità, al chiarore dei lampi vi fu chi vide la derelitta famiglia dapprima inginocchiata dinanzi alla madonna dipinta su un muro del mulino, il padre con le braccia aperte, la madre col bambino stretto al seno, il secondo figliolo aggrappato al padre, che già l’acqua irrompeva nell’edificio. Un istante dopo parve di vederli sul tetto fra il fiotto della diluviante pioggia, se non che le mura dell’edificio sconquassato dall’impeto della corrente caddero col tetto che sorreggevano, ingoiate e già volte dai rabbiosi vortici.
Del mulino non restò che la muraglia posta lungo il fiume tutta conquassata; e, ritratte l’acque si trovò il cadavere del fanciullo maggiore a Zanano, quello del padre a S. Eustacchio, la madre fu trascinata fino al ponte delle Crotte presso Brescia. Aveva ancora il suo bambino stretto al seno, legato con una fascia.
Sopra la fucina nuova di proprietà Franzini, il Mella, trovando un argine di travi e legnami, si rivolse a destra formando un nuovo ramo che si dirigeva a sera del ponte di Zanano dispogliando ed ingoiando campi e ovunque lasciando spaventose traccie del suo passaggio. Sotto questa fucina nuova venne a soffermarsi intera l’antica colossale Romiglia che nella piazza di Inzino copriva d’ombra ospitale quella industriosa gente nei dì di festa. Dal nuovo intoppo rattenute, le acque formavano un nuovo ramo egualmente a sera del ponte che rasentando la principal parte del caseggiato e passando per l’osteria del Quinto, si gettava sui campi e li subissava.
Da ciò si vede in qual pericolo fosse posto Zanano; e certo, se la furia dell’acque si protraeva, soprastava a quegli abitanti la sciagura estrema. E è qui da notare che le acque, corrodendo ed asportando il terreno, discoversero la base di un forno fusorio dismesso più di dugento anni addietro, lo che è prova che le cave di ferro furono un tempo molto più attive che di presente in cui l’ultimo forno fusorio è stabilito a Tavernole.
La sola briglia del fiume che tenne fermo su tutto questo tratto è quella che riguardando a tramontana si vede tuttora stando sul ponte anch’esso tutto rovinato nei parapetti, giacchè l’acqua era cresciuta a sei braccia sopra di essi, cosa da non credersi se non si vedessero sul luogo le traccie.
Nè le fucine però, nè i mulini, a cui quella briglia tributava le acque, punto ne vantaggiarono, perché il canale ne fu distrutto.
E in questo luogo à guasti del Mella saggiunsero que’ del Tronto Gremone che da mattina erompendo e fra case e campi menando ruina, venne a disfogare l’ultime sue ire sulla fucina Paroli- Pedretti di Zanano a cui era già stato tolto il canale, invaso il mulino delle Bombe, così denominato da una fonderia di bombe e di cannoni, che un Bailo vi aveva eretta circa cent’anni fa.
Sulla destra del fiume inferiormente al ponte fu allagata e denudata in gran parte la campagna e rovinata la strada di Noboli, contrada di Sarezzo, grosso e fiorente paese.
Ivi una nuova industria a quella delle soprastanti popolazioni s’aggiunse; chè abbondando que’ monti di pietre calcarie, gli abitanti industri ne fecero soggetto di lucro, ergendo qua e là fornaci dalle quali a Brescia e a tutti i paesi della provincia e fino nel mantovano colle loro carrette van dispensando la calce.
Il Redocla che reca appena, anche nelle ordinarie pioggie, un filo d’acqua scendente da S. Miliano posto sui monti stessi che sono sopra Sarezzo, rigonfiato dalle acque che dalle rupi sboccavano, infuriando e traendo ghiaie, massi e schiantati alberi, di mezzo alle ruine, squarciato il fianco del monte, si slanciò contro le case quasi l’intera terra ingoiare volesse e subissare. Ivi investitele per ogni lato il letto e la sponda di parecchie braccia innalzò; entrò ne’ superiori piani, tutto crollò e abbattè nel suo passaggio; una chiesetta in parte, circa venti case in tutto o in parte colla comunale atterrò, divisosi in vari rami.
Era tra queste case quella della vedova dello Speziale Mazza che aveva con sè quattro de’ suoi fIglioli tutti piccoletti ed una bambina sua nipote.
Soprappresi dall’impensato caso si videro que’ miseri la morte d’inanzi gli occhi prima che pur sospettassero del pericolo che potea soprastare. E non essendo ormai altra via di scampo, perché nelle stanze terrene e per le scale mugghiava il fiotto, Giò Battista Mazza, parente de’ figlioli, che certo potea fuggire la sciagura, elesse di non abbandonare la pericolante abitazione, se prima quelle innocenti creature non poneva a salvamento.
Presi pertanto ad uno ad uno i fanciulli, ne’ fenili posti dietro la casa con gran rischio della propria vita li tramutò; ed aveva già posto in salvo l’ultimo di essi, quando il palco gli traballò sotto e la casa tutta con esso insieme si profondò e disparve.
Tolto quivi per le crollate ed abbattute case l’ostacolo che si opponeva alla corrente, questa addoppiata e concitata si lanciò in sulla piazza; il pino secolare che vi sorgeva nel mezzo atterrò e schiantò; e se non era la saldissima Torre della Parrocchiale tutta costrutta di pietre tagliate, e contro cui l’impeto dell’onde andava a frangersi, che fece schermo, la chiesa e tutte l’altre case che stanno da quel lato andavano rase.
L’acqua cosl dalla Torre fessa e divisa in due si gettò da sinistra nel Valgobia, da destra nel vicolo che sta dietro la chiesa e sulla via nazionale, da dove atterrato il muro che s’attesta al vicolo, si perdè nel Mella.
Anche qui l’impeto del Redocla invase due calchere e strano caso, l’acque produssero un incendio; chè stando nell’una la calce viva ed entrandovi l’acqua, la calce accese, e questa il tetto che ricopriva l’edificio e le legne che vi erano apparecchiate per una seconda cottura, facendo sorgere di mezzo al lago una fiamma che i miseri abitanti già abbattuti e scoraggiati faceva pur riguardandovi rabbrividire.
Il Gobbia si smisuratamente crebbe le sue onde che, allagando le fucine e alzandosi fin presso il tetto, l’industria di molti secoli minacciava d’annientare.
Il ponte del Termine scalzato ai due capi e dai lati, in parte corroso e tutto conquassato, pure resse. Eguale e non meno disastrosa sorte toccò alla fucina del Termine, la quale ebbe rotti e travolti i canali e un carbonile e restò quasi seppellita dalle ghiaie.
Gli altri piccoli confluenti del Valgobia come il Castolo, menarono tutti tante ruine. Avvicinandosi a Sarezzo, il Valgobia, rotte le briglie e i canali che davano moto alle fucine del Noce, delle Casse e di S. Giuseppe, e dall’altra che porta il suo nome, corrosi e fatti sterili i campi circostanti, e distrutta la strada comunale di Sarezzo, il ponte di pietra che vi sorgeva adeguò al suolo.
Il Mella e i rivi che vi mettono capo, quasi tutte le travate che danno l’acque agli edifici, coi quali la popolazione dai più remoti tempi si sostenta e vive, travolsero e distrussero; quasi tutti i canali ruppero o colmarono; i mulini guastarono o resero inerti, per cui mancando le farine, la fame fià sovrastava; de’ settanta edifici eretti nella valle pel lacoro del ferro, sei furono dalle fondamenta distrutti, degli altri pochi rimasero che non fossero conquassati, sommersi, colmati.
Tutti i terreni che stanno di qua e di là del fiume, trascinati, colmati dalle ghiaie e dalle rovine, isteriliti dalle sabbie.
Le case prossime alle correnti invase, smantellate, sconvolte, circa trenta trascinate; i ponti quasi tutti disfatti; le strade o distrutte o interrotte; i prati, i boschi sparsi su pei monti, franati, dibarbati, le rupi a cui si aggrappavano denudate.
All’alba i cadaveri de’ miseri che erano stati dalla corrente deposti al suolo, gli animali o morti o semivivi, le masserizie d’ogni sorta ravviluppati fra gli alberi, fra i massi, fra le sabbie, addoppiavano il terrore”. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo