Le fucine

Brescia, famosa per il commercio delle ferrarezze, non sarebbe diventata tale se alle sue spalle non avesse avuto le miniere, i forni fusori, le fucine della Valtrompia.

“Quella Valtrompia ove tutte le potenze d’Italia, Germania e Francia venivano a provvedere le armi occorrenti ai loro bisogni”

“Nelle valli bresciane si lavorano ogni sorte di azzali et ferri in grandissima quantitate, vi sono forni che lavorano et della minera cavata fanno ferri in bon numero, delle quali si fanno poi azzali, ferri ladini et tutte sorte de ferri lavoradi, cioè ranze, padelle, lamere, vanghe, badili, vomeri et altre sorti de ferri per la agricultura, chiodi di ogni sorte et ogni qualità di ferrarezze per lo uso del fabricare schioppi, archibusi, balotte et arme di tutte sorte in grande quantitate”.

L’epicentro industriale della Valtrompia era costituito dal territorio compreso tra Inzino e Gardone fino a Valgobbia con un’ appendice ad est lungo la valle di Lumezzane.

L’insieme formava un grande arsenale per la produzione di armi e di ogni altra “ferrarezza” al servizio della Repubblica Veneta.

La produzione di armi (pistole, archibugi, corazze e bombarde) è concentrata in prossimità “dell’armiera Gardone” al ponte di Zanano, a Sarezzo e a Noboli, mentre in Valgobbia ed a Zanano si producono soprattutto “ferri da agricoltura” (picconi, zappe, badili, falci, forbici, incudini), gli acciarini vengono prodotti prevalentemente a Marcheno e a Lumezzane, le canne a Gardone e gli archibugi sono incassati a Sarezzo o a Brescia.

Ci sono le fucine di fuoco grosso dove il ferro “stello” o crudo (la ghisa), proveniente dal forno fusorio viene “affinato”, cioè trasformato in ferro ladino, malleabile, simile all’acciaio, in modo di poter essere agevolmente lavorato, e le fucine di fuoco piccolo, dove il ferro ladino, formato in verghe, quadri e pani, viene lavorato per ottenere ogni sorta di attrezzo, comprese le armi.

In questi antri anneriti dal fumo e dalla polvere, illuminati soltanto dal riverbero dei fuochi, risuonano i colpi assordanti del maglio che ad ogni mazzata dà forma al pezzo di ferro incandescente che l’operaio deve muovere con le grosse tenaglie con ritmo sapiente, senza perdere un colpo.

Qui ragazzi ed adulti lavorano dall’ alba al tramonto in silenzio, con gesti precisi, mentre i pezzi semilavorati si ammucchiano sul pavimento in terra battuta.

Artefici di questo “boom economico” ante litteram non sono soltanto i Bailo, ma le famiglie di cittadini come gli Avogadro, i Redolfi, gli Avogadrini, gli Odolini di Zanano, e i Bombardieri-Costanzi di Noboli. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo