Gli Avogadro

A Brescia erano chiamati “Avogadri” i membri di alcune nobili famiglie che avevano ricevuto dal Vescovo ‘ l’incarico, ossia l’investitura, di amministrare e salvaguardare i beni della chiesa, “Il cognome Avogadro – scrive Luigi Falsina – nasconde quello di parecchie famiglie nobilissime scelte anche per trasmissione ereditaria a tenere l’avvocatura o difesa con leggi ed armi delle chiese abbaziali, e specialmente episcopali”.

Verrebbe così avvalorata l’ipotesi secondo la quale gli Avogadro di Brescia sarebbero discendenti di alcune nobili famiglie longobarde distintesi per fedeltà al vescovo e per i servizi resi alla Chiesa bresciana.

Gli Avogadro di Brescia potrebbero essere un ramo dei Signori della Scala di Verona, gli Scaligeri: sia gli uni che gli altri portano nello stemma le tre scale vermiglie.”Risulta infatti che un Sigismondo Scaligero, verso il 1150, sotto il nome di Advocato, tiene l’advocatia della chiesa episcopale di Brescia e la signoria della città contro le minacce Ghibelline”.

Alcuni pensano che gli Avogadro bresciani siano originari di Firenze o del territorio di Bergamo, perché lo stemma di una famiglia Avogadro – gli Avogadro del Giglio – porta un Giglio rosso in campo d’argento.
Il primo documento che testimonia la loro presenza a Zanano è una pietra rinvenuta a Sarezzo nel secolo XVI, nell’angolo nord-est dell’antico sagrato, dove venne costruita la torre campanaria e dove, nei secoli precedenti, sorgeva la tomba di famiglia degli Avogadro.
Altri documenti ci fanno legittimamente pensare che gli Avogadro siano giunti a Zanano molto tempo prima, probabilmente nel XII secolo.

In un documento datato 5 maggio 1274, rogato da Oprando da Gratacasolo, si legge che a Zanano abitavano i “Retulfi”, che dovevano essere un ramo collaterale degli Avogadro. Dice il documento: “Le monache di S. Chiara Vecchia in Brescia, per mezzo di frate Guglielmo loro Sindico, investono Boninsegna, figlio di Retulfo da Zanano di un sedume (terreno) con case et edificii sito in Gussago in contrada de Casali per l’annuo livello di soldi tredici imperiali e due capponi”. Se questo Retulfo è il capostipite dei Redolfi significa che gli Avogadro avevano stabilito la loro dimora a Zanano già da molto tempo.

È accertato, infatti, che nella prima metà del Duecento ad essi era affidato il compito della riscossione delle decime, non solo a Zanano, ma anche in altre località dove il vescovo contava possedimenti fondiari, come a Concesio, Cailina e Bovezzo.

Gli Avogadro risiedevano nell’edificio che dominava il minuscolo paese con la sua massiccia torre, la corte rustica, la cappella di S. Martino e, davanti, il sagrato e la piazza dove cittadini e contadini si radunavano in pubblica assemblea.

Il tutto era delimitato, a sera, dalla seriola proveniente dal ponte di Zanano che serviva a far girare la grande ruota del mulino ed il maglio di una fucina.
I nobili feudatari dovevano curare l’amministrazione delle proprietà vescovili e versare la decima parte dei frutti alla Curia vescovile.

Con il trascorrere del tempo il potere del feudatario crebbe a tal punto da sostituirsi al potere del vescovo; il diritto di riscossione delle decime divenne ereditario, ed il nobile vassallo divenne di fatto proprietario di tutti i beni a lui affidati.

Le restanti famiglie di cittadini di Zanano erano i vari Redolfi, Odolini, Melioli, rami secondari dei nobili Avogadro, risiedevano nelle case al centro del paese, le case “murate”, “cilterate” (provviste di soffitto) e “cuppate ( con la copertura di coppi) ed il sottotetto con la funzione di ripostiglio. Le case migliori avevano anche la “caminata”, un’ampia sala provvista di camino per il riscaldamento, che in molti casi era “pictà”, cioè dipinta con affreschi di carattere religioso ed allegorico.

Queste dimore avevano un cortile interno od una corte con porticati e logge ed il pozzo per attingere acqua potabile.

Alcune famiglie di cittadini risiedevano stabilmente a Zanano, altre, pur avendo qui beni consistenti, preferivano dimorare per alcuni mesi dell’anno in città dove avevano notevoli interessi di carattere mercantile o artigianale.
Va infine detto che ai cittadini era riservato il privilegio della cultura e quindi l’accesso alle professioni dette liberali, come quella del notaio, del dottore, del giureconsulto che permettevano anche di ottenere i posti di comando.

Accanto ai cittadini, ma sempre in posizione subalterna, c’erano i contadini e i coloni nullatenenti che vivevano lavorando i campi, allevando gli animali da spartire, come i frutti del campo e la legna del bosco, con il padrone.

Non mancavano gli artigiani: fabbri, muratori, falegnami, calzolai, che provvedevano ai piccoli lavori che la comunità richiedeva. Contadini e artigiani abitavano le case più povere del paese costruite parte in muratura e parte in legno e paglia, case senza pavimento, con piccole finestre chiuse soltanto da una tenda, senza luce, sprovviste dei più elementari servizi igienici e in condizioni di sovraffollamento.

Le casupole distribuite nei campi, più simili a tane per animali che ad abitazioni di uomini, formavano una cosa sola col porcile, il pollaio, la stalla ed il fienile, nelle quali l’unica stanza abitabile era la cucina provvista soltanto di un grande focolare e di numerose panche. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo