La congiura Avogadro

La dominazione veneta venne interrotta all’inizio del ‘500 quando, nel 1510, l’esercito francese, con a capo Luigi XII, occupò di sorpresa il territorio bresciano e i soldati francesi entrarono in città accolti con entusiasmo dagli abitanti.
L’anno seguente Venezia sollecitò i Valtrumplini ad insorgere per scacciare le truppe francesi e trovò l’adesione di 160 volontari.

Il Conte Luigi Avogadro di Zanano, ultimo dei quattro figli di Pietro, si mise a capo dei cospiratori, fra cui c’erano quattro fratelli Negroboni di Bovegno, Angelo Robbi di Brozzo, due Avogadro di Cogozzo, Giovanni Bailo di Sarezzo e Stefano Muti di Gardone.

Nel gennaio 1512, d’intesa con Venezia, i rivoltosi, armati di tutto punto, si diressero verso Brescia.

Nel primo scontro alle porte della città gli insorti furono costretti a retrocedere. Ma pochi giorni dopo alle truppe dell’ Avogadro si aggiunsero altri 4.000 soldati provenienti dalla Valle Trompia, dalla Valle Sabbia, dalla Riviera ed almeno 1.500 Veneti. I Francesi furono costretti ad asserragliarsi sul castello, mentre l’Avogadro entrò in città da Porta Pile (ora Porta Trento) con oltre 3.000 uomini.

In soccorso dei Francesi giunse il giovane capitano Gastone de Foix, nipote di Luigi XII, forte di 12.000 uomini che cinsero d’assedio Brescia per snidare i rivoltosi bresciani. Nello scontro morirono alle pendici dei Ronchi 800 Valtrumplini con il loro comandante Girolarno Negroboni. Lo stesso Luigi Avogadro fu fatto prigioniero nel tentativo di catturare Gastone de Foix.
Il 19 febbraio i Francesi ebbero il sopravvento e immediatamente iniziò il più terribile saccheggio che Brescia abbia mai subito: migliaia di cittadini furono torturati e massacrati, distrutti edifici e monumenti, trafugati dai palazzi e dalle chiese oggetti preziosi ed opere d’arte.

A Luigi Avogadro ed a due suoi figli, Pietro e Francesco, toccò una sorte tragica:
“a dì 21 fo tagliato la testa al Conte Aloviso Avogaro in su la piazza a Hore 21 et al dì seguente fu squartato. El ditto Conte Aloviso fu dannato a essere squartato e mangiato dalli cani et mi visi in parte ditti quarti atacati a certi legni che li cani mangiavano per esser presso terra”.

Pietro e Francesco furono catturati a Milano ed ebbero mozzata la testa in Piazza Castello.

Solo l’ultimo figlio dodicenne, Antonio Maria, riuscì a salvarsi fuggendo a Venezia.

Cacciati i Francesi, per un breve periodo, giunsero gli Spagnoli e solo nel 1517 venne ripristinata nel bresciano la sovranità veneta. Il giovane Avogadro potè tornare in Valle Trompia ed, a titolo di riconoscimento, Venezia gli fece dono di 500 ducati.
Venezia, per impedire ulteriori improvvisi assalti contro Brescia, ordinò che per un miglio, tutto intorno alla città, fosse raso al suolo ogni edificio.

È questa la famosa spianata che distrusse antichi borghi, chiese e monasteri con tutta la loro storia.

La Valtrompia riottenne i privilegi concessi dal Malatesta, in seguito aumentati e riconfermati dal Senato Veneto in favore dei Valtrumplini.

Fu levata ogni tassa sulle granaglie e autorizzato il libero commercio delle ferrarezze.

Dal punto di vista amministrativo, Venezia assicurò l’autonomia dei piccoli comuni come Sarezzo, dove ogni decisione di carattere locale era demandata alla Vicinia, l’assemblea dei capi famiglia “Antichi Originari”.

Solo le supreme cariche restarono nelle mani dell’ aristocrazia di origine veneta: il Vescovo (potere religioso), il Podestà (potere civile e giudiziario), il Capitano (potere militare).

Un sistema rigidamente gerarchico legava i comuni rurali alla città di terraferma e la città alla capitale, così che tutto il potere era, in ultima analisi, esercitato da una chiusa oligarchia alla quale appartenevano solo i nobili veneziani. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo