La Preistoria

Uno straordinario rinvenimento

La stradicciola che da Ponte Zanano scende alla località Grina e, costeggiando il Mella, stretta tra il fiume e la montagna, giunge a Noboli, è vecchia di oltre 5.000 anni.

Di qui sono passati gli uomini del neolitico, dell’età del bronzo e del ferro, i soldati romani e longobardi, mercanti, monaci e giullari, santi e furfanti di ogni risma.

Poco prima di arrivare a Noboli, nel luogo delle sorgenti del Gèlè, una scarpata rocciosa dalla quale scende un rigagnolo d’acqua perenne, conduce ad una grande grotta, la Busa del Tof, così denominata per la presenza di tufo calcareo.

Lungo questa scarpata, il 6 ottobre 1935, si arrampicarono due giovani studenti bresciani, Mario Pavan e l’amico Bottali, con l’intento di esplorare la grotta.

Quello che essi rinvennero sorprese gli stessi esploratori ed in seguito fu oggetto di attenti studi da parte di alcuni paletnologi.
Nei pressi della grotta si notarono, affioranti fra il terriccio del terreno, alcune scaglie biancastre che spiccavano visibilmente sul fondo rossigno del terreno, e non trovavano immediato riscontro nella struttura dei massi rocciosi circostanti.

Raccolte le scaglie ed osservatele attentamente, i due studenti vi avevano riscontrato i segni di una rudimentale lavorazione atta a renderle taglienti ed aguzze alla percussione.

Rilevata la notevole importanza del ritrovamento, furono eseguiti nuovi sopralluoghi. Gli elementi che se ne trassero si possono così riassumere:
– Lo sperone a terrazzo è una postazione ideale come punto di osservazione, perché domina da poca altezza e con spiccate qualità difensive, la parte bassa della Valle Trompia, lo sbocco di Gardone e quello della Val di Gombio;
– Dallo sperone si può pervenire, dopo una quarantina di metri, alla base della colata tufacea su cui si apre la cavità e questa, in determinate epoche, può rappresentare un ottimo ricovero, riparato dai venti ed in relazione con una perenne risorgenza. Non è possibile presumere che la stazione neolitica avesse ivi la propria sede.

Bisogna ricordare che la cavità, nelle epoche di forti e continue precipitazioni, non è abitabile, venendo essa invasa e percorsa da una notevole corrente d’acqua.
Dopo avere osservato che la grotta poteva essere servita come ricovero solo nei periodi di abitabilità, la relazione passa a descrivere le punte di lancia. Durante l’esame del terriccio presso il luogo del ritrovamento, vennero in luce piccole scaglie taglienti della stessa silice delle punte; una di queste si può ascrivere a frammento di raschiatoio.

A differenza delle punte, lavorate nei due versi, il frammento di raschiatoio appare lavorato solamente dal lato della frattura: questo particolare farebbe supporre più recente la lavorazione delle stesse punte, a meno di ammettere che il luogo sia stato usato a scopo di vedetta nei periodi allaccianti l’epoca paleolitica con quella neolitica.

Per quello che ci consta sono pochi i ritrovamenti similari nella nostra provincia, sia nei depositi delle torbiere, o nelle terremare, o nei rinvenimenti operati nelle nostre valli.

Le punte di lancia rinvenute nella Busa del Tof documentano in modo inconfutabile la presenza dell’uomo della preistoria nel nostro territorio: esse sono la più antica testimonianza della civiltà della Valle Trompia. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo