La battaglia di Carcina

Intanto alle porte di Carcina e Cailina erano stati approntati “due pezzi di cannoni di ragione di casa Bailo di Sarezzo e cannonieri erano i fratelli Pietro e Francesco Guerini di Gardone”.

Oltre a quei due cannoni, si collocarono sopra dei muri attigui a dette porte delle grosse colubrine assicurate su cavalletti di legno. I soldati posti a difesa se ne stavano nella maggior inazione sospirando soltanto la venuta dei soccorsi che però tardavano a venire.

Soltanto tre ufficiali veneti arrivati al quartier generale di Carcina esaminarono la situazione:
ai cannoni cangiarono disposizione, diedero le opportune istruzioni ai cannonieri. Ma fattasi notte, quei tre ufficiali, per la nessuna fiducia nella abilità di quella truppa senz’ordine e disciplina e con poche munizioni, si ritirarono a Gardone.

Numerosi soldati valligiani, prevedendo l’imminente pericolo, cercavano sicurezza portandosi a scolta sulle alture dei monti onde aver più pronta la ritirata.

Il giorno 9 aprile, era la domenica delle Olive, mentre il popolo era raccolto nella chiesa, giungono a precipizio le sentinelle ad avvisare che l’inimico è già vicino alle porte del paese.

Tutta la gente in un baleno lascia la chiesa; gli ufficiali veneti guadagnano a gambe il monte. Gli armati pressochè tutti si ritirano, e soli rimangono pochi de’ più coraggiosi e ostinati, che si appostano in vari luoghi con straordinaria fermezza aspettando il nemico.

I triumplini cominciarono a far fuoco indistintamente e sui francesi e sui bresciani. L’armata nemica furiosamente rispose a quel fuoco.

I valligiani furono costretti a ritirarsi a nord di Pregno sulle alture della Pendezza, ma dopo un aspro combattimento dovettero darsi a precipitosa fuga. “In tanto disperato conflitto i poveri ed insensati triumplini lasciarono morti ventisei dei loro”.

Le campane dell’alta valle suonarono a stormo per far accorrere altri armati, a tutto fu inutile.

Sulla sera i Francesi occuparono Sarezzo e quindi Gardone e soldataglia scatenata iniziò il saccheggio delle case fra il terrore degli abitanti. E “di nuovo si vide ai cappelli la coccarda tricolore e i viva la libertà successero ai viva San Marco”.

Nonostante la sconfitta, gli abitanti dell’alta valle non erano per nulla disposti a cedere le armi.

Il 26 aprile un gruppo di valsabbini e tirolesi, attestati a Lodrino, calano a Brozzo; altri armati scendono da Bovegno per dare loro man forte.

Il 27, in uno scontro presso Inzino, Francesi e Bresciani sono costretti alla fuga.

A loro volta i soldati valligiani saccheggiano Gardone, mentre gli abitanti, accusati di essere filo-francesi, cercano scampo sui monti.

Il giorno 28 i Francesi tentano di riconquistare Gardone. “Si battagliò senza interruzione tutto il giorno con esito incerto da ambe le parti e per la seconda volta furono i francesi costretti a riparare fino a Sarezzo”.

E per la seconda volta i valsabbini saccheggiarono Gardone.

Adescati dal secondo vittorioso successo, i valligiani moveano arditamente per andare sopra Brescia.

Giunsero al ponte di Zenano; ma colà si abbatterono nei francesi, coi quali per la terza volta si impegnarono per più ore in un nuovo combattimento.

La soldatesca nemica si ritirò la notte a Sarezzo; i valligiani tagliarono il ponte di pietra sul Mella e retrocessero a Brozzo.

Per alcuni giorni seguirono altri scontri con esito incerto tra i valligiani attestati a Brozzo e i Francesi tra Sarezzo e Ponte Zanano.

Ai primi di maggio il Governo provvisorio bresciano “volendo dar termine a e’ giornalieri combattimenti” spedì due colonne di soldati francesi e bresciani; a arrivò da Iseo a Ponte Zanano e una, attraverso il Colle di S. Zeno, scese a Pezzaze e a Brozzo saccheggiando e bruciando le case.

Stretti tra due fuochi, i Valtrumplini “tutti se ne tornarono alle loro case, deposero le armi ed aderirono al nuovo governo”.

La maggioranza della popolazione si adeguò al nuovo corso, mentre i più facinorosi iniziarono la distruzione di tutto ciò che poteva ricordare il dominio della Serenissima: in ogni paese furono distrutti “i Leoni di S. Marco” mentre la gente cantava e ballava attorno ai falò che bruciavano stampe e documenti del periodo veneto. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo