L’ultimo Ottocento

Le Calchere 

Dopo i disastri provocati dall’alluvione del 1850, riprese il tradizionale lavoro nelle Calchere per la produzione di calce.

Era questa un’attività tipica di Sarezzo, che risaliva ai tempi del basso medioevo e che aiutava a sopperire alla scarse risorse del lavoro agricolo.

Cominciava con la raccolta dei “petrilli calcarei”, le pietre calcaree di cui era ricca la valle del Redocla, seguiva poi la cottura delle pietre nelle fornaci distribuite tra le contrade del comune.

Nel medioevo a Sarezzo, salendo dalla piazza lungo via S. Faustino, c’era sulla destra la contrada della Fornace.

Nel 1900 il comune possedeva ancora numerose cave di petrilli calcarei. In contrada del Carozzone era ancora attiva una fornace di Perotti Carlo.

Chi sale da Brescia può scorgere all’inizio del territorio comunale, tra la statale ed il Mella, ciò che resta della grande fornace con le due torri costruita tra il 1870 e il 1880 al posto di una preesistente più antica fornace.

Fra i proprietari di fornaci di calce attive nel 1852 c’erano Raffaele Fantinelli, Angelo Perotti, Giovanni Antonini, Andrea Fantinelli, Giacomo Fracassi e Emiliano Perotti.

Dalla fornace di Raffele Fantinelli uscivano ogni anno 600 “carra” di calce che veniva smerciata nei paesi del bresciano e in provincia di Mantova e Cremona.

La calce di Sarezzo, nel ‘700, fu impiegata nella costruzione, o ricostruzione, di numerose chiese fra cui quella di Villa, di Carcina, di Gussago e delle mura venete di Brescia. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo

Le Carbonaie

Come da ogni contrada si levavano le colonne di fumo delle calchere, così su tutti i pendii montuosi si scorgevano i pennacchi delle cataste di legna che “cuoceva” per venire trasformata nel carbone necessario alle fucine ed ai forni fusori.

Nel bosco possiamo ancora imbatterci in numerosi spiazzi, detti arài, dove la terra è nera come il carbone: sono i posti dove per secoli la legna del bosco veniva trasformata in carbone.

Il processo di carbonizzazione avveniva secondo un’antica tradizione che risale agli Etruschi. Il boscaiolo-carbonaio costruiva al centro dell’aral una grande catasta di legna, detta poiàt.

Sceglieva legna “forte”, cioè rovere carpino o faggio, tagliata in bastoni di medie dimensioni (tondèl) utilizzando fino a 20-30 quintali di legna. I bastoni erano intrecciati lasciando alla base un cunicolo.

La catasta, alta circa due metri, terminava con una calotta ricoperta da uno strato di foglie umide e di terra “cotta” dello spiazzo.

Appiccato il fuoco all’interno della catasta attraverso il cunicolo, il boscaiolo doveva seguire attentamente le varie fasi della cottura per impedire che le fiamme divampassero trasformando il tutto in un mucchio di cenere.

Quando, dopo un paio di giorni, tutta la legna era diventata carbone, la catasta veniva demolita e in seguito il carbone raccolto in sacchi era trasportato a valle. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo

Verso l’industrializzazione

9 aprile 1883. Il Brigadiere Comandante la stazione di Gardone, A. Giorgi, chiede al comune di Sarezzo “di conoscere quante officine si trovino nel territorio comunale, nome e cognome dei proprietari e località”.

Il vicesindaco Guerini Battista così risponde:
l. Glisenti Cav. Francesco – a nord di Zanano
2. Glisenti Cav Francesco – a sud di Zanano
3. Invernici Carlo – al ponte di Zanano
4. Chizzola Eredi fu Gaetano – Brede per Lumezzane
5. Pedretti Innocenzo – Brede per Lumezzane
6. Polotti – Brede per Lumezzane
7. Sanzogni Pompeo – Brede per Lumezzane
8. Sanzogni Pompeo – frazione Valgobbia

Questi erano gli ultimi rappresentanti di una classe di artigiani che avevano saputo continuare, tra mille difficoltà, la tradizionale lavorazione del ferro e, nello stesso tempo, i pionieri di quella industria che, nella seconda metà dell’Ottocento, comincerà a svilupparsi nella media e bassa Valtrompia mutandone radicalmente l’aspetto economico e sociale nel volgere di un secolo.

Sarezzo, rimasto a lungo legato a una economia prevalentemente rurale, diventerà sede di alcune officine nell’ultimo scorcio di questo periodo storico.

Richiamato forse dalla abilità e dall’attaccamento al lavoro di uno sparuto gruppo di artigiani valtrumplini, il primo “imprenditore” a stabilirsi da noi nel 1859 è Francesco Glisenti di origine valsabbina.

Si insedia a Villa Carcina dove avvia uno stabilimento per la produzione di armi e proiettili: fucili, baionette e revolver.

 

In breve tempo le sue fondamentali strutture produttive si diffondono nel resto della valle: miniere, forni fusori, rogge e fucine, indirizzando la produzione anche verso i motori a vapore e le macchine agricole.

A Zanano l’antica fucina Paroli, a nord della piazzetta, e la fucina Redolfi, in località Colombaro, diventano officine Glisenti “provviste di otto magli idraulici e relativi forni a riverbero soffiati per bolliture a riscaldo.

Qui si forgiano i prodotti in ferro ed acciaio degli altri opifici della ditta”. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo

Denominazione delle strade

Nell’Ottocento il territorio comunale visto dall’alto ci sarebbe apparso poco diverso da quello che era nel lontano medioevo: una vasta distesa verde di prati e boschi, tagliata da nord a sud dal corso tortuoso del Mella.

Fra tanto verde, solo tre chiazze scure ci avrebbero rivelato la presenza di un centro abitato: una macchia a sud, Sarezzo, due al centro del territorio sulle opposte rive del fiume, Zanano e Noboli.

Per il resto solo qualche macchia bruna indicante gli sparsi cascinali ed i campi arati.

I tre abitati, ognuno nettamente distinto dagli altri, percorsi da stradine e viottoli e inframmezzati da minuscoli orti, erano divisi in contrade dai caratteristici nomi dialettali: Formica, Fornace, dell’Acqua, Colombaro, Gremone, Grina, dei Barbecc ecc..

Un ordinanza prefettizia del periodo napoleonico aveva imposto ai comuni di dare una nuova denominazione alle vie e di numerare ogni abitazione.

Ma per alcuni decenni tutto restò come era.
Solo nel 1856 la deputazione comunale di Sarezzo presentò al consiglio l’ordinanza napoleonica che venne approvata all’unanimità, ma non ebbe alcun seguito, forse perchè la realizzazione prevedeva una spesa di lire 229,61 quando il comune contava soltanto debiti.

Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1864, venne attuata una parziale numerazione delle case che, partendo dal centro di Sarezzo, continuava progressivamente nelle frazioni del comune. La denominazione delle vie non fu introdotta e la gente continuò a chiamare le contrade con l’antico nome.

Nel 1887 la Giunta comunale prese in esame la domanda di numerosi abitanti di Sarezzo che chiedevano “la costruzione della strada che dalla piazza mette alla fermata del tram sulla strada di valle”. Questa via venne aperta nel 1888.

Il 6 aprile 1899 la Giunta Municipale di Sarezzo (Raffaele Fantinelli, Beniamino Mazza e Palazzani) presentò al consiglio comunale la nuova proposta di numerazione delle case e denominazione delle vie.
Queste, in sintesi, le proposte poi attuate:
SAREZZO
– la nuova strada che congiunge la piazza con la fermata del tram si chiami “Via Cooperazione”, per ricordare la Società di Previdenza che si è fatta e si fa molto onore; un’istituzione di civile progresso che illustra il paese.
– Via dell’Acqua diventi Largo Redocla, per ricordare il torrente medesimo.
– Piazza della Chiesa diventi Piazza del Mercato.
– Via Valparezzo, diventi Via 1850 “per essere stata fatta nel medesimo anno delle memorande inondazioni avvenute la notte dal 14 al 15 agosto”.
– Via Rizzo diventi via San Emiliano e Tirzo, titolari del santuario di patronato comunale.
– Via Formica si chiami Via Bailo per passare ai posteri questa distinta famiglia spentasi nel 1842.
– Via Piazzetta diventi Via San Faustino e Giovita, patroni della chiesa parrocchiale.
– Via Carazzone diventi Via Pietro Dossena, l’autore del grandioso intaglio in legno che si ammira nel coro della chiesa parrocchiale.
– Via Benaglia-Colombaro e Pus diventi Via Nord.
– La via che parte dalla Fornace Perotti e arriva contro la roggia Avogadro (dall’attuale ufficio postale alla strada statale) si chiami Via Bombe per ricordare la fonderia di bombe e cannoni di proprietà Bailo.
ZANANO
– la via senza nome che dalla piazza scende a sud si chiami via San Martino, titolare della chiesa della contrada.
– La via detta Lusnato sostituirla col nome di Via Avogadro per ricordare questa nobile ed antica famiglia.
– La contrada detta di Sopra denominarla Via Rodolfi per ricordare la famiglia dalla quale ebbe origine il venerato Padre Fortunato Rodolfi.
– La strada che dalla piazza va in direzione nord fino al ponticello sulla roggia Avogadro diventi Via Gremone dal nome del torrente che vi passa.
NOBOLI
– la via che parte a sud della contrada e piega verso sera fino contro la chiesa denominarla Via San Bernardino, titolare di quella contrada;
– la via che parte da casa Joannes e arriva contro casa Guerini chiamarla Via Bombardieri per ricordare questa famiglia della terra di Noboli il cui ultimo discendente lasciò tutta la sua sostanza al comune perché il frutto fosse impiegato in opere di beneficenza. R. Simoni, Per le contrade di Sarezzo